mercoledì 27 dicembre 2017

I vincitori di questa Disfida!



Eccoci qua, a conteggi fatti.

Due fiabe si sono aggiudicate un uguale numero di voti e risultano quindi vincitrici a pari merito:

- Il cappello di Orlando, scritta da Federica Rossi di Inchiostro Rosa 

- Gasp e i libri, scritta da me

Queste sono le fiabe più apprezzate di questa Disfida un po' sottotono.
Se da un punto di vista "poetico" era una buona idea tenerla nel periodo che precede il Natale, da un punto di vista pratico capisco benissimo che tutti sono stati un po' indaffarati per i preparativi della festa.

Per quanto mi riguarda, il bilancio è positivo. 
Ho scritto una ventina di fiabe in 24 giorni, con qualche "caduta" qua e là.
Questo mi ha permesso di chiarirmi alcuni meccanismi che si attivano quando si produce a ritmi serrati e imparare ancora qualcosa sulla creatività in generale. 

Quello che ho imparato, presto probabilmente sarà in un libro, ma per ora non posso dire di più.

Grazie a tutti per esserci stati e per avere giocato con la Disfida. 
Il mio regalo di Natale più importante, per quest'anno, siete stati voi!

Auguri di cuore per il proseguimento delle Feste e soprattutto per un magico, strepitoso e felice 2018!



domenica 24 dicembre 2017

il sogno impossibile



Ultima fiaba di questa Disfida


Il sogno impossibile


Il giovane Principe non voleva sposarsi. Non con le fanciulle che il Re e la Regina gli proponevano. Lui sapeva che non facevano per lui.
L’aveva sognata, la sposa che voleva, con i lunghi boccoli e gli immensi occhi color del cielo.
L’aveva vista assorta, immersa nella lettura. L’aveva vista ridere come una sorgente in un giardino.
Non aveva che i suoi sogni, per confidare nella sua esistenza, ma per lui erano abbastanza.
Purtroppo, non era lo stesso per il Re e la Regina.
“Tu vivi di sogni,” gli dicevano “ma intanto il regno ha bisogno di un nuovo re e di eredi!”
Alla fine, non vedendo altro modo per seguire il suo cuore, il Principe partì da solo nella notte, senza portare nulla con sé se non gli abiti che indossava.
Vagò a lungo per regni diversi, vivendo di quel che trovava o che riusciva a guadagnarsi con piccoli lavori umili qua e là.
Quella vita era difficile, per un giovane abituato come lui a ogni agio, ma quando sognava la fanciulla si sentiva in pace, perché sapeva che il suo cuore non mentiva.


Dall’altra parte del mondo viveva, in effetti, una fanciulla dai lunghi boccoli e dagli immensi occhi color cielo. Una fanciulla che rifiutava tutti i pretendenti che i suoi genitori le proponevano. Il suo cuore bramava un giovane che aveva visto solo nei suoi sogni, un giovane alto, elegante e gentile.
Invano i genitori le avevano presentato tutti i giovani di bell’aspetto della società civile, l’avevano condotta a teatro e alle feste, sperando di farle incontrare finalmente il suo amato.
Alla fine, non sapendo più che fare, avevano deciso di mandarla dallo zio, che abitava in un regno lontano. Non sapevano più nemmeno loro se speravano in un incontro fortunato, o se confidavano nel carattere deciso di quello zio per indurre la giovane alla ragione.
La fanciulla accettò di partire, certa che il suo cuore non mentisse.


Lo zio dapprincipio fu gentile e accompagnò la giovane a ogni festa e ogni ballo del regno, presentandole tutti i giovani degli di lei per educazione e per rango. Ma con il passare dei mesi, quando fu chiaro che nemmeno in quel regno aveva trovato lo sposo che desiderava, ottenuto il permesso dei genitori passò a maniere meno cerimoniose.
In sostanza, confinò la fanciulla in casa, dicendole che sarebbe uscita da lì solo quando avesse acconsentito a sposare almeno uno degli innumerevoli giovani che le erano stati presentati.


Il giovane Principe, intanto, aveva perso ogni segno del suo lignaggio. I suoi eleganti abiti si erano consumati da tempo e li aveva dovuti sostituire con abiti più semplici. Lavorando, le sue mani si erano fatte forti e callose, non certo le mani delicate da gentiluomo che aveva un tempo.
Eppure non si rassegnava a tornare al suo regno.
Ogni volta che stava per tornare indietro, udiva per caso qualche voce parlare di una fanciulla bellissima che lo spingeva ad andare a visitare un altro regno e un altro ancora.


Ormai da molto tempo la ragazza dagli occhi di cielo viveva chiusa nella casa dello zio. In quel regno, ormai, nessuno parlava più della leggendaria bellezza della fanciulla venuta da lontano, poiché tutti pensavano che fosse gravemente ammalata.
Occupava le giornate immersa nella lettura nella ben fornita biblioteca dello zio e al tramonto, ogni sera, usciva sulla terrazza ad ammirare il tramonto. Iniziava a nutrire seri dubbi di poter continuare così ancora a lungo. Ma ormai i giovani che l’avrebbero presa in sposa in passato si tenevano alla larga e si erano dimenticati di lei.

(fine prima parte)


(seconda parte)

Passando di regno in regno, il Principe era ormai vicinissimo a quello dello zio della fanciulla. Ormai, però, non era più tanto giovane e immaginò che anche lei avesse risentito del passare degli anni. Anche se l’avesse trovata, sarebbero stati in grado di riconoscersi? Anche lei lo stava cercando? Forse lei ormai si era sposata.  Avrebbe fatto meglio a tornare indietro?
Stava cercando di trovare la soluzione ai suoi dubbi sul fondo di un boccale di vino nella taverna, quando udì un vecchio giardiniere parlare del “più bel fiore che si fosse mai visto in un giardino”.
Fattosi attento, lo udì raccontare di quella bellissima fanciulla che era solita passeggiare nel giardino dello zio, con i lunghi boccoli e gli occhi color del cielo. Il giardiniere raccontava di essere rimasto così affascinato dal colore di quegli occhi, da aver piantato invano aiuole e aiuole di fiori celesti, cercando di ritrovarne il colore speciale.
Posato il boccale, il Principe si accinse a rimettersi in viaggio.

La fanciulla, ormai, era invasa dalla malinconia. Gli anni erano passati, la sua bellezza stava sfiorendo e lei si dava della sciocca, per aver sprecato così inutilmente la sua vita. Solo per inseguire un sogno! Diventò così triste che si ammalò davvero, trascorrendo ormai le giornate a piangere, distesa sul letto.
Lo zio, seriamente preoccupato per il suo stato, fece chiamare i genitori.

Quando il Principe giunse nel regno, non ebbe difficoltà a trovare il giardino pieno di fiori del colore del cielo, ma quando chiese della fanciulla nessuno seppe dirgli niente. Solo qualcuno ricordava vagamente una giovane molto bella che era venuta in visita da suo zio, ma la poveretta si era ammalata, gli dissero, e nessuno l’aveva più vista.
Eppure il suo cuore gli scalpitava nel petto, facendogli capire che era giunto alla fine del suo viaggio.
Interrogando ancora tutti quelli che incontrava, seppe alla fine che la giovane era ancora in quella casa, costretta a letto da una misteriosa malattia.
L’unico suo pensiero, a quel punto, fu come fare a raggiungerla.

Anche il cuore della ragazza aveva preso a farle le capriole nel petto, e lei si stava lentamente riprendendo dalla malinconia.
Un’assurda speranza le ridava le forze, le riportava un po’ di colore sulle guance.
Ben presto fu nuovamente in grado di rimanere seduta,  e una sera finalmente decise di alzarsi a vedere il tramonto, come era solita fare in passato.
Fu allora che vide la strana macchina voltante avvicinarsi alla terrazza in cui si trovava.
Una macchina sostenuta da un grande pallone colorato si dirigeva veloce proprio verso di lei.
Spaventata all’inizio, si tranquillizzò quando scorse da lontano la sagoma di un uomo. Il cuore le diede un balzo.
Possibile che fosse proprio lui? Colui che aveva aspettato invano per tutto quel tempo?

Anche il Principe l’aveva scorta e dirigeva accuratamente la sua macchina verso la terrazza. Alla fine, l’aver fatto tanti mestieri diversi gli era servito a inventare quella strana cosa che lo faceva volare, come lo faceva volare la speranza di incontrare finalmente colei a cui sapeva di essere destinato da sempre.
Quando furono abbastanza vicini da vedersi bene, ognuno dei due seppe di essere finalmente arrivato a casa.
Non ebbero bisogno di parlare, e comunque erano tutti e due troppo emozionati per riuscire a proferire parola.
Incantato, lui le porse semplicemente una mano per aiutarla a salire a bordo.
Estasiata, lei prese quella mano, decisa a seguirlo ovunque senza voltarsi indietro.

Così, scomparvero verso il tramonto a bordo di quello strano velivolo.
Finalmente insieme.
Il sogno impossibile si era avverato.



sabato 23 dicembre 2017

Il sogno impossibile (prima parte)



Il sogno impossibile


Il giovane Principe non voleva sposarsi. Non con le fanciulle che il Re e la Regina gli proponevano. Lui sapeva che non facevano per lui.
L’aveva sognata, la sposa che voleva, con i lunghi boccoli e gli immensi occhi color del cielo.
L’aveva vista assorta, immersa nella lettura. L’aveva vista ridere come una sorgente in un giardino.
Non aveva che i suoi sogni, per confidare nella sua esistenza, ma per lui erano abbastanza.
Purtroppo, non era lo stesso per il Re e la Regina.
“Tu vivi di sogni,” gli dicevano “ma intanto il regno ha bisogno di un nuovo re e di eredi!”
Alla fine, non vedendo altro modo di seguire il suo cuore, il Principe partì da solo nella notte, senza portare nulla con sé se non gli abiti che indossava.
Vagò a lungo per regni diversi, vivendo di quel che trovava o che riusciva a guadagnarsi con piccoli lavori umili qua e là.
Quella vita era difficile, per un giovane abituato come lui a ogni agio, ma quando sognava la fanciulla si sentiva in pace, perché sapeva che il suo cuore non mentiva.


Dall’altra parte del mondo viveva, in effetti una fanciulla dai lunghi boccoli e dagli immensi occhi color cielo. Una fanciulla che rifiutava tutti i pretendenti che i suoi genitori le proponevano. Il suo cuore bramava un giovane che aveva visto solo nei suoi sogni, un giovane alto, elegante e gentile.
Invano i genitori le avevano presentato tutti i giovani di bell’aspetto della società civile, l’avevano condotta a teatro e alle feste, sperando di farle incontrare finalmente il suo amato.
Alla fine, non sapendo più che fare, avevano deciso di mandarla dallo zio, che abitava in un regno lontano. Non sapevano più nemmeno loro se speravano in un incontro fortunato, o se confidavano nel carattere deciso di quello zio per indurre la giovane alla ragione.
La fanciulla accettò di partire, certa che il suo cuore non mentisse.


Lo zio dapprincipio fu gentile e accompagnò la giovane a ogni festa e ogni ballo del regno, presentandole tutti i giovani degli di lei per educazione e per rango. Ma con il passare dei mesi, quando fu chiaro che nemmeno in quel regno aveva trovato lo sposo che desiderava, ottenuto il permesso dei genitori passò a maniere meno cerimoniose.
In sostanza, confinò la fanciulla in casa, dicendole che sarebbe uscita da lì solo quando avesse acconsentito a sposare almeno uno degli innumerevoli giovani che le erano stati presentati.


Il giovane Principe, intanto, aveva perso ogni segno del suo lignaggio. I suoi eleganti abiti si erano consumati da tempo e li aveva dovuti sostituire con abiti più semplici. Lavorando, le sue mani si erano fatte forti e callose, non certo le mani delicate da gentiluomo che aveva un tempo.
Eppure non si rassegnava a tornare al suo regno.
Ogni volta che stava per tornare indietro, udiva per caso qualche voce parlare di una fanciulla bellissima che lo spingeva ad andare a visitare un altro regno e un altro ancora.


Ormai da molto tempo la fanciulla viveva chiusa nella casa dello zio. In quel regno, ormai, nessuno parlava più della leggendaria bellezza della fanciulla venuta da lontano, poiché tutti pensavano che fosse gravemente ammalata.
Occupava le giornate immersa nella lettura nella ben fornita biblioteca dello zio e al tramonto, ogni sera, usciva sulla terrazza ad ammirare il tramonto. Iniziava a nutrire seri dubbi di poter continuare così ancora a lungo. Ma ormai i giovani che l’avrebbero presa in sposa in passato si tenevano alla larga e si erano dimenticati di lei.

(fine prima parte)


venerdì 22 dicembre 2017

Oscar Cuoreduro


Oscar Cuoreduro

Il Mendicante camminava per le strade affollate della città, invisibile ai più.
Solo i bambini lo guardavano pieni di curiosità, intuendo che quel vecchio dalla barba bianca non era un uomo come gli altri.
Avevano ragione, naturalmente. L’uomo era un potente mago, che aveva scelto il travestimento più adatto per non essere visto da colui che doveva tenere d’occhio.
E di tutte le persone che non prestavano la minima attenzione ai mendicanti, Orcar Cuoreduro era di certo il campione.
Non era una cattiva persona, almeno non come si intende di solito. Anzi, al lavoro era molto apprezzato per la sua capacità di essere professionale e gelido, senza mai prenderla “sul personale”.
Per Oscar, niente era abbastanza personale da meritare la sua attenzione. Non faceva effettivamente del male a nessuno, ma la sua indifferenza a volte era ugualmente dannosa.
Per lui non solo i mendicanti erano invisibili, ma anche i bambini, gli animali, specialmente se piccoli e in difficoltà, le donne per cui non aveva interesse, che lui definiva “donnette”. Anche con gli uomini, non andava molto meglio. Prestava attenzione solo a quelli più potenti di lui e che potevano in qualche modo aiutarlo a fare carriera. Gli altri, tutti gli altri, erano solo “gente” senza volto e senza nome, esseri inutili che gli intralciavano la strada.
Non era mai, mai accaduto che Oscar Cuoreduro avesse un semplice gesto di gentilezza per un suo simile. Non aveva mai ceduto il posto a sedere a qualcuno sui mezzi pubblici, non aveva mai soccorso una persona colta da malore proprio davanti a lui, non aveva mai tenuto una porta aperta per permettere a qualcuno di passare. Non si era mai preso cura di niente e di nessuno. Se un cucciolo abbandonato guaiva per la tristezza o il dolore proprio ai suoi piedi, lo scavalcava indifferente e proseguiva per la sua strada.
Era inevitabile che prima o poi un simile campione di indifferenza attirasse l’attenzione del mondo magico, e il Mendicante lo stava seguendo proprio per quel motivo.
Era giunto il momento della resa dei conti.
La strada in cui abitava Cuoreduro era graziosa, ma non molto frequentata a quell’ora di sera.
Il Mendicante lo aveva preceduto e lo attendeva seduto su una panchina, al freddo. Al passaggio di Oscar, tese la mano, ma lui come sempre lo scansò come se non lo avesse nemmeno visto e fece per allontanarsi.
Solo che le gambe smisero di obbedirgli e si trovò immobile accanto alla panchina. Istintivamente, si voltò allora verso il Mendicante per chiedere aiuto, ma nemmeno la voce rispondeva più ai suoi comandi. Oscar abbassò lo sguardo, e si accorse di essere diventato un lampione, in tutto e per tutto simile agli altri che illuminavano la via.
Solo allora, il Mendicante gli parlò: “Ora prenderai un po’ della tua stessa medicina, caro mio.”
Oscar cercava disperatamente di chiedergli aiuto con lo sguardo, ma il mago se ne andò senza voltarsi indietro.
Da quel giorno, Oscar ebbe l’occasione di capire che cosa si prova, quando tutti ti trattano con indifferenza. Gli unici che gli prestavano un po’ di attenzione, ormai, erano i cani che lo annusavano brevemente prima di alzare la zampetta. A volte qualcuno si appoggiava a lui per riprendere fiato, ma poi se ne andava senza nemmeno degnarlo di uno sguardo. Di notte, Oscar illuminava la strada per i passanti, ma nessuno lo ringraziava o si preoccupava per lui.
Stagione dopo stagione, Oscar imparò a prestare attenzione agli altri, per non morire di solitudine e di noia. Costretto finalmente a osservare i suoi simili, prese ad affezionarsi a quelli che vedeva più spesso. Persino i cani, adesso, gli erano simpatici e i gatti che a volte si strofinavano contro di lui gli facevano quasi piacere, con le loro pellicce morbide. Imparò a sopportare pazientemente i piccioni appollaiati sulla sua testa e ad assistere alle lunghe notti inquiete dei mendicanti che a volte trascorrevano la notte sulla panchina accanto a lui, cercando di difendersi come potevano dal freddo e dall’umidità della notte.  Imparò a conoscere le persone che frequentavano quella via, sentendosi sempre più partecipe delle loro gioie e dei loro dolori.
Una notte, quando iniziò a piovere sull’ennesimo mendicante che cercava di dormire sulla panchina, preso da compassione afferrò un ombrello dimenticato da chissà chi, e lo aprì per proteggere il poveretto dalla pioggia. Quando il Mendicante lo guardò e lo ringraziò, Oscar finalmente lo riconobbe. In quell’istante tornò a essere un uomo, o forse iniziò allora per la prima volta a essere un uomo, chissà.
Quello che è certo, è che da allora Oscar fu una persona davvero per bene.   



giovedì 21 dicembre 2017

Gugliabianca





Gugliabianca


Il villaggio di Gugliabianca era stato un luogo pacifico e felice, prima dell’arrivo delle Ombre.
Ma poi, non più.
Nessuno sapeva da dove venivano e in molti non riuscivano nemmeno a vederle, tanto si muovevano silenziose evitando accuratamente ogni zona di luce.
Strisciavano negli angoli bui, nelle pieghe nascoste delle anime dove nessuno arriva a guardare. Si acquattavano nei boschi d’inverno, quando la luce del giorno era breve, e lunghe le notti.
Le Ombre avevano iniziato a manifestarsi in piccole cose. Persone che erano sempre andate d’accordo iniziavano a litigare. Chi aveva sempre lasciato l’uscio di casa aperto, adesso lo sprangava, pieno di diffidenza. L’avidità e la paura avevano preso il posto della gentilezza e della fiducia.
Gli abitanti del villaggio non riuscivano a rendersi conto di quello che stava succedendo e si incolpavano gli uni con gli altri di quel cambiamento, ma la Foresta, che tutto vedeva, aveva capito e cercava a suo modo di lanciare l’allarme.
Quando un uomo colpito dalle Ombre toccava un fungo, un frutto o un albero, questi avvizzivano immediatamente, tornando in salute solo quando gli uomini corrotti si erano allontanati. All’inizio, le donne e i bambini riuscivano ancora a raccogliere qualcosa, ma all’avvicinarsi del solstizio, con le giornate sempre più brevi, l’intero villaggio era stato colpito dalla maledizione delle Ombre e ovunque c’erano oscurità, disperazione e fame.
Fu per una felice combinazione che il giovane gnomo Hans passò proprio in quel periodo per la Foresta.
Era in viaggio per raggiungere certi suoi parenti alla lontana, con i quali avrebbe trascorso l’intero inverno a scopo di istruzione. Quei parenti infatti erano abili nella Cura delle Foreste e Hans voleva imparare da loro, per poi tornare a casa e curare quello strano male stava colpendo le foreste della sua gente.
Dunque quel giorno attraversava la Foresta e si stupiva di trovare anche lì i segni a cui era abituato: alberi che sembravano avvizziti, funghi rinsecchiti, animali silenziosi e diffidenti, ben nascosti nelle loro tane.  Mentre si guardava attentamente intorno, Hans scorse appena l’accenno di un’Ombra che non era stata abbastanza veloce da evitare il bagliore del campanello d’argento che ornava il cappellino a cono dello gnomo.  
Una volta individuata l’Ombra, Hans decise di seguirla. Nascose il campanello per evitare ogni rumore e si mise alle calcagna dell’Ombra che, credendosi non vista, scivolava verso il villaggio.
Qui tutte le porte erano sprangate e nessuno voleva dare accoglienza al forestiero dal buffo cappello, ma origliando un po’ qui e un po’ là Hans riuscì a farsi un’idea abbastanza precisa di quello che stava succedendo.
Per fortuna, un po’ di istruzione in materia di Ombre l‘aveva anche lui.
Sapeva esattamente che cosa fare e quella era proprio la notte giusta, poiché sarebbe stata la notte più lunga dell’anno.

Fischiettando andò a cercare un bell’albero, che portò proprio al centro del villaggio.
Già gli abitanti del villaggio socchiudevano gli usci, incuriositi dal fatto che quell’albero non era avvizzito.
Poi Hans iniziò a decorare l’albero con mele succulente, noci colorate d’oro, funghi carnosi, candele accese e ogni sorta di oggetti luccicanti e brillanti.
Un po’ per curiosità, un po’ per fame, tutto il villaggio si fece intorno all’albero, mentre le Ombre infastidite da tutto quel luccicare si tenevano in disparte.
Quando tutti si furono riuniti, Hans iniziò dolcemente a cantare una canzone magica degli Avi. Aveva una voce limpida e ben presto alcuni iniziarono timidamente a seguire il ritmo con i piedi e poi a cantare sottovoce.
Ora, se c’è una cosa che le Ombre odiano quasi quanto la luce, quella è il canto.
Appena vedeva che una persona era stata liberata dalle Ombre, Hans continuando a cantare lanciava lesto qualcosa da mangiare. Le persone mangiavano e poi riprendevano a cantare con più convinzione. L’alba li trovò così, intenti a cantare  intorno all’albero luminoso. La notte più lunga dell’anno era trascorsa e l’incantesimo delle Ombre era spezzato.
Da quel giorno, la luce avrebbe preso a crescere sempre di più.
Ringraziato e colmato di doni da tutto il villaggio, Hans si rimise in cammino per tornare a casa. Aveva imparato ciò di cui aveva bisogno e ora doveva riportare la luce anche nella sua foresta. 

martedì 19 dicembre 2017

La tata perfetta



Fiaba per oggi


La tata perfetta

Alice guardava dalla finestra l’oscurità che scendeva tra le case.
Non era tardi, ma d’inverno la luce scompariva presto. I bambini si stavano azzuffando in salotto. Ancora.
La quarta tata della sua vita l’aveva lasciata in un mare di guai per l’indomani, lunedì.
Maria, la sua bimba più piccola, aveva ancora qualche linea di febbre e non avrebbe potuto andare all’asilo, ma lei non poteva con la stessa facilità evitare di andare al lavoro.
Con l’epidemia di influenza che aveva colpito Maria e poi la tata, era solo questione di tempo prima che si ammalassero anche gli altri due.
Sbirciò in salotto, adesso anche i due figli più grandi, Giulio e Sofia, si erano messi tranquilli a guardare un cartone animato. Avevano finito i compiti?
Alice si ripromise di controllare più tardi.
Doveva assolutamente trovare una soluzione per l’indomani.
Sobbalzò, quando suonò il campanello. Non aspettava nessuno.
La ragazza alla porta le sorrise cordialmente e si accomodò all’interno senza essere invitata.
- Allora, direi che ci conviene iniziare subito a prendere confidenza. Dov’è la piccola ammalata? Io sono Mary - disse guardandosi intorno.
Alice cercò di fermala: – No, guardi, io non ho chiamato nessuno…
- Ma certo! - La ragazza si fermò e la guardò attentamente. – Non è lei la mamma di Maria, la piccola con l’influenza?
- Sì, ma…
Non serviva ribattere. La ragazza si era già messa accanto a Maria, e le toccava la fronte con aria esperta.
- Sì, ancora qualche lineetta di febbre, ma starà bene in due o tre giorni al massimo – decretò Mary con una sicurezza confortante passando in salotto.
- E voi siete Giulio e Sofia, dico bene?
I bambini annuirono diffidenti.
Mary sembrò non notarlo e spense il televisore. Incredibilmente non ci fu il solito coro di proteste.
Mentre Alice si convinceva che la tata ammalata doveva aver mandato una sostituta, iniziò a preparare un tè. Poteva funzionare. Se era una persona fidata.
Quando arrivò in salotto con la teiera, i bambini erano seduti al tavolo a fare i compiti e tutti i giocattoli che solo dieci minuti prima ingombravano la stanza erano ben riposti.
Nei mesi seguenti, Alice dovette stupirsi molte altre volte dell’efficienza di Mary. Non solo non si ammalava mai ed era sempre puntuale, ma i bambini l’adoravano e tutto filava liscio e senza intoppi.
Quando Alice lavorava, era tranquilla, sapendo che i suoi bambini erano in ottime mani. Quando era a casa, trovava che Mary aveva sistemato infinite piccole cose in sua assenza, così anche la vita domestica scorreva più  serena.
Mary sembrava sapere sempre alla perfezione di che cosa c’era bisogno e intuire le necessità di ognuno senza nemmeno il bisogno di parlarne.
Esattamente un anno dopo, Alice guardava l’oscurità scendere sulla città e si stupiva di quanto la sua vita e quella dei suoi bambini fosse cambiata in così poco tempo. Adesso annuiva comprensiva e si sentiva un po’ in colpa, quando le colleghe al lavoro si lamentavano della difficoltà con le tate e i bambini. Appoggiando la fronte al vetro appannato, si scoprì a pensare “Tutti dovrebbero avere una Mary!”
Forse fu solo un’impressione, ma le sembrò che una stella brillasse per un attimo più intensa nel crepuscolo, come a farle l’occhiolino.

Poi vide delle figure confuse che sembravano scendere dal cielo. L’impressione era che planassero sorrette da ombrelli aperti, ma erano molto lontane e si stava alzando una densa nebbia. Dopo poco, non si vedeva più nulla. 

Calendimaggio



Buongiorno!
Ho perso un po' il filo, mentre le commissioni per Natale si accavallano, ma questa era la fiaba di ieri.

Calendimaggio

Era un tempo, quello, in cui le persone avevano dimenticato da un pezzo le vecchie tradizioni, isolandosi sempre di più nelle proprie case. Così, quando un gruppo di coraggiosi decise di riprendere a celebrare la festa di Calendimaggio, le fate del bosco rizzarono immediatamente le orecchie.

Era proprio ora di fare qualcosa di diverso.

Il grande ontano del paese fu ornato di nastri colorati e altri furono lasciati pendere dai rami, in modo che le giovani coppie potessero, danzando, intrecciarli.
Furono preparati i giochi tradizionali e  bicchieri, piatti e cesti di fiori furono disposti su grandi tavole all’ombra del maggiociondolo, i cui fiori gialli erano già una promessa.

Mentre la primavera esplodeva con i suoi fiori profumati, le fate si preparavano a fare la loro parte, come da tradizione.
Per Isabella, la più giovane del gruppo, quella era la prima occasione di vedere da vicino gli umani.
Travestita come le altre da fanciulla e con un cestino pieno di fiori di stagione al braccio, iniziò a bussare alle porte delle case, cantando insieme alle altre fate antiche canzoni beneauguranti e ricevendo in cambio dolcetti, vino, qualche torta salata o pietanza da portare al banchetto in piazza, a cui erano tutti invitati.
Isabella, in particolare, era così bella, rosea e gentile che nessuno le diceva di no e tutti accettarono volentieri di partecipare alla festa.

Nel pomeriggio, tutte le case erano ornate di fiori e le grandi tavole sotto il maggiociondolo si erano riempite di succulente vivande.
C’era tutto il paese, in piazza. I ricchi e i poveri, i giovani e i vecchi. C’erano musica, buone bevande, buon cibo e l’aria dolce della primavera.
Le fate aprirono le danze intorno all’ontano con un aggraziato girotondo e poi, quando la festa raggiunse il culmine, si allontanarono silenziose.

Liberate finalmente le ali, tornarono in volo nella case vuote, lasciando in ognuna doni invisibili. Isabella non era abituata alle sofferenze degli uomini e chiedeva continuamente il permesso di fare di più, di lasciare altri doni.
“Non possiamo,” la redarguiva dolcemente la decana delle fate. “Non ci è concesso esaudire tutti i loro desideri. Possiamo dar loro ciò di  cui hanno bisogno, nulla di più e nulla di meno. I cuori degli uomini desiderano tante cose e, come ti accorgerai, appena ne hanno una ne vogliono subito un’altra.”
Le fate si muovevano veloci lasciando qui, dove viveva una persona troppo triste, un po’ di allegria,  
là, dove c’erano pene d’amore, un po’ di comprensione. In alcune abitazioni lasciarono solo un po’ di buonsenso, in altre che ne avevano proprio bisogno qualche magia per la prosperità o la salute.
Dopo aver benedetto ogni casa del paese, nascoste nuovamente le ali, le fate tornarono alla festa e danzarono insieme ai paesani fino alle prime luci dell’alba.
Tornando nel bosco, erano tutte un po’ stanche, ma alla decana, che era sempre attenta, non poteva sfuggire nulla.
“Che cosa hai combinato, Isabella?” chiese infine vedendo che la giovane fata continuava a sorridere tra sé come se custodisse un segreto.
“Non ho combinato proprio nulla,” si difese Isabella con il più soave dei sorrisi. “Solo, ho deciso di lasciare qualche briciola di un dono tutto mio.”
 “Ovvero?”
“Il sospetto che noi esistiamo davvero” ammise candidamente Isabella.

La decana voltò il viso, per non fa vedere che stava sorridendo anche lei. Quella giovane fata le avrebbe dato del filo da torcere, questo era sicuro.