giovedì 14 dicembre 2017

Il nonno e le stelle



La mia fiaba per oggi.


Il nonno  e le stelle

A Claudette il nonno era sempre sembrato un po’ burbero, anche se pensava che, chiamandosi lui Claude, fra loro dovesse esserci un legame speciale.
Il nonno, serio e di poche parole, spariva per intere giornate in montagna, per tornare a sera con le gambe stanche e il volto arrossato dal sole.
“Dove sei stato tutto il giorno?” voleva sapere Claudette incuriosita.
“A parlare con le stelle” diceva lui allungando le gambe sul tavolino davanti al divano.
Così, quel giorno, si era un po’ preoccupata quando il nonno si era messo a osservarla con aria critica e infine aveva detto: “Ti sei fatta grande. È ora che impari a parlare con le stelle anche tu.”
L’aveva portata nel negozio del suo amico Pierre, dove le aveva comprato dei vestiti adatti, dei calzettoni pesanti e un paio di scarponicini da montagna con una stella alpina ricamata sul fianco.
“Domani ci si sveglia presto!” le aveva detto contento riportandola a casa.
Claudette quasi non aveva chiuso occhio per l’attesa, e quando il nonno l’aveva svegliata molto prima dell’alba, non aveva fiatato e si era vestita di buon grado.
La mamma in cucina le aveva già preparato il latte caldo per la colazione e un piccolo zaino con la borraccia piena d’acqua, il pranzo al sacco, la giacca impermeabile. Sembrava un po’ emozionata anche lei. “Il nonno ha portato anche te, a parlare con le stelle?”
“Certo, piccola. Molte volte. Vedrai, sarà un’esperienza che ricorderai.”
Si incamminarono nel silenzio della notte, solo Claudette e il nonno.
Quando ebbero superato le ultime case del villaggio e si furono addentrati nella foresta, il nonno prese a fischiettare di buonumore.
Claudette non vedeva molto, dato che era ancora buio pesto, ma i passi sicuri del nonno la guidavano sullo stretto sentiero che saliva e saliva. Lì, in montagna, il nonno si muoveva agile e veloce come un ragazzo. Era talmente a suo agio che Claudette si sentiva lei anche perfettamente al sicuro e protetta  anche in mezzo alle ombre fitte proiettate dagli alberi.  
Ben presto, gli alberi si fecero più radi, rivelando le cime delle montagne innevate illuminate dalla luna. Approfittando di una breve pausa, la ragazzina sollevò lo sguardo e improvvisamente capì il significato dell’espressione “parlare con le stelle”.
Sopra di loro e intorno a loro il cielo si spalancava in tutte le direzioni, popolato da fittissime stelle brillanti e così vicine che sembrava di poterle toccare con la mano.
“Manca ancora poco” le disse il nonno beandosi di quello stupore. E iniziò a raccontarle le storie di quelle montagne, le leggende segrete tramandate di bocca in bocca. Claudette non l’aveva mai sentito pronunciare tante parole tutte insieme e proseguiva felice seguendo il sentiero, che terminava in un grande pianoro.
Erano arrivati al culmine di una montagna abbastanza piccola, ma dalla cima pianeggiante coperta dalla bassa erba d’alta quota.
Claudette spalanco le braccia e con la testa rovesciata all’indietro iniziò a girare su se stessa, gli occhi fissi a quel cielo meraviglioso. Le sembrava quasi che il mondo si fosse rovesciato, e che da un momento all’altro avrebbe  potuto cadere in quel cielo immenso e stellato, che già iniziava lentamente a scolorare a est.
Quando fu stanca di quel gioco, sedettero sull’erba a riposare e consumare una sostanziosa colazione. Il nonno la incoraggiò anche a mangiare un bel pezzo di cioccolato, mentre osservavano l’alba e le stelle che sparivano pian piano.
“Allora, piccola Claudette, hai sentito parlare le stelle?”
“Eccome!” rispose la ragazzina, comprendendo per la prima volta che cosa voleva davvero dire sentirsi al settimo cielo.
E non dimenticò mai, mai per tutta la vita, il giorno in cui il nonno le aveva insegnato a parlare con le stelle.





Buonanotte. Buone fiabe.



Bellissima favola che condivido con il permesso di Dora Millaci


Una semplice storia di Natale – favola

Nella piccola cittadina di Higen, si conoscevano tutti e qui, le notizie correvano più veloci della luce.
Nonostante fosse dicembre, l’anziano signor Teobert amava stare seduto all’esterno dell’unico bar del paese e osservava l’andirivieni dei passanti. Faceva finta di niente, sbuffando con la sua enorme pipa ma nulla gli sfuggiva.
Così, quando il piccolo Jakob cadde nelle gelide acque del lago per aiutare il suo amatissimo cane, fu il primo a saperlo. La notizia si sparse a macchia d’olio.
Purtroppo, a causa delle basse temperature, si ammalò.
“Sarà solo un po’ di raffreddore” esclamò un’anziana signora “Quel ragazzo ha una costituzione troppo delicata. E’ sempre pallido, magrolino; mangerà poco”.
“Povera donna sua madre” continuò un’altra che si reggeva a malapena aggrappata a un bastone “Quel disgraziato del marito, l’ha abbandonata quando era incinta e adesso è costretta ad ammazzarsi di lavoro. E’ a servizio dalla signora Lienhard, quella vecchia megera”.
Passarono i giorni e il ragazzo non migliorava, anzi erano comparsi nuovi sintomi.
Il medico del paese lo andò nuovamente a visitare “Qui serve uno specialista” disse alla giovane madre.
“Come faccio!” esclamò disperata portandosi le mani al volto “Sa bene che non ho i soldi per pagarlo. Non me lo posso permettere”.
L’uomo scosse il capo e sospirando, posò una mano sulla spalla della donna “Vedrà che in qualche modo faremo”.
Nel paese Jakob e sua madre, erano molto ben voluti e così, quando al dottore venne in mente di fare una colletta, quasi tutti accolsero l’idea con entusiasmo. Solo una persona la più facoltosa, non la prese bene: La signora Lienhard. Iniziò anzi a lamentarsi con tutti e a gran voce esclamava: “Non bisogna mettere al mondo figli, se non si possono mantenere”. Nel cuore della donna c’era tanta rabbia, quella di chi il destino ha negato qualcosa. Nonostante tutti i suoi soldi, infatti, non era riuscita ad avere un erede.
Il fedele amico, il cane del ragazzo non lasciava mai il suo capezzale. Era sempre accucciato ai suoi piedi. Ogni tanto alzava il muso, scrutava in giro e poi con occhi tristi, si riaccucciava.
Fortunatamente la somma raccolta bastò e fu chiamato il primario di un grande ospedale.
In paese c’era trepidazione per l’esito della visita. Diverse persone si erano sistemate all’esterno dell’abitazione in attesa e il fumo della pipa del signor Higen si elevava tra le teste. Il vociare fu interrotto da un urlo straziante. La notizia raggelò i presenti più del vento freddo. Il ragazzo aveva i giorni contati.
Il Natale era alle porte, ma quell’anno nessuno si sentiva in vena di festeggiamenti. I preparativi non portavano alcuna gioia, perché i cuori delle persone erano gonfi di dolore. Solo la signora Lienhard, completamente indifferente allo strazio della madre di Jakob, la costringeva a lavorare.
“Dobbiamo preparare un bell’albero, più grande di quello dell’anno scorso” sibilava tra i denti soddisfatta del dolore della donna.
Quella sera, nel delirio della febbre alta, l’unico pensiero del ragazzo, era per sua madre “Non posso farti un regalo quest’anno” sussurrò con un filo di voce “Mi dispiace tanto, mamma”.
La donna con le lacrime agli occhi, lo accarezzò “Stai tranquillo e cerca di guarire”. Le parole la soffocavano, tanto era la disperazione.
Era la vigilia di Natale e il piccolo voleva a tutti i costi donare qualcosa a sua madre. Sapeva che non gli restava molto tempo e così, prese carta e penna e scrisse. Scrisse parecchio, come ispirato dal cielo. La stanchezza però prese il sopravvento, tanto che alla fine il foglio gli cadde dalle mani e volò giù dal letto. Quel gesto d’amore, fu l’ultimo che riuscì a compiere. I suoi occhi si chiusero per sempre, mentre il campanile batteva la mezzanotte. I rintocchi più tristi per il paese.
I singhiozzi della madre fecero accorrere il vicinato, che si raccolse attorno a lei, che stringeva forte a sè il corpo inerte del figlio e pregava disperata, chiedendo al Signore una spiegazione.
“Perché mi hai portato via il mio unico figlio?” urlava disperata tra i singhiozzi.
Il parroco del paese si avvicinò e disse: “Non tutto c’è dato da sapere. Il Signore ha progetti che noi non conosciamo”.
Il cane cominciò ad abbaiare così forte e insistentemente che tutti si voltarono e notarono davanti alle zampe dell’animale, un foglio ripiegato.
Un ragazzino lo prese e iniziò a leggere a voce alta.
Nella stanza tutti ammutolirono. Quelle parole sembravano musica, melodia celestiale che tocca l’anima. Erano così belle, dolci e piene di passione. Non sembravano scritte da un bambino, ma da un angelo.
Una strana, irreale atmosfera circondò l’intero paese. I cuori delle persone, anche i più duri, si sciolsero come neve al sole. In quella lettera c’era racchiuso lo spirito del Natale e dell’amore vero.
La signora Lienhard si fece largo tra la gente e accostatasi accanto alla povera madre, la strinse tra le braccia piangendo. “Perdonami per tutto il male che ti ho fatto e per come ti ho trattata. Da oggi cambierà tutto e sarai la figlia che non ho avuto. Verrai a vivere da me”. L’amore del piccolo era riuscito a cambiare anche l’animo più crudele.
Fu così, che le parole di Jakob divennero una delle più belle e commoventi canzoni del Natale; cantata ancora oggi non solo in quella cittadina, ma in tutto il mondo. Il fanciullo dal cuore puro aveva lasciato qualcosa di grandioso, non solo per la madre ma per tutta l’umanità.
Il suo ricordo vivrà in eterno.

mercoledì 13 dicembre 2017

Una strana amicizia



Questa  fiaba è di Federica Rossi di Inchiostro Rosa



Una strana amicizia
La soffitta era polverosa e piena di vecchi mobili e giochi. Nessuno vi entrava più, se non per salire sul tetto e riparare qualche tegola che il vento aveva spostato. 
C'era la vecchia culla dei bambini con la balza a quadretti bianchi e azzurri e al suo interno qualche pupazzetto ormai dimenticato. Due o tre bauli contenenti abiti e biancheria in disuso, il cavallino di legno che aveva perso la bella coda chissà quando e dove, la scrivania del nonno, troppo ingombrante nello studio rimodernato ed infine una bella libreria, ancora pieni di interessanti volumi che nessuno purtroppo leggeva più! 
O meglio, nessun umano...
Guardate bene...proprio lì dove la luna arriva con suo raggio argentato...non lo distinguete, forse, ma se cercate meglio e aguzzate la vista, ecco un piccolo topo tutto intento alla lettura di un libriccino rosso. 
Topi Topi, questo era il nome del piccolo roditore, era un appassionato lettore e spesso si portava il suo pezzetto di formaggio fin sulla libraria e passava tutta la notte a leggere! 
Non crediate che sia normale per un topo saper leggere, ma Topi Topi non era un topo comune.
Quando era molto piccolo era stato trovato dal bimbo che abitava in quella casa ed era nata una strana e affettuosa amicizia. Appena il bimbo rientrava da scuola, Topi Topi scendeva dalla sua soffitta e si infilava, sempre con molta cautela, nella camera del piccolo Sam e con lui passava il resto del pomeriggio ascoltandolo fare i compiti. E così, giorno dopo giorno, Sam e Topi Topi avevano imparato l'alfabeto e di conseguenza a leggere. Cosa del tutto normale per un bambino, ma straordinaria per un piccolo topo grigio. Un pomeriggio che i due amici erano immersi nella lettura de 'il giro del mondo in ottanta giorni', la madre era entrata senza bussare e aveva scorto il topo seduto sulla pagina del libro aperto. Urlando si era impossessata di una spada di legno appoggiata al muro e aveva cominciato ad inseguire il povero topino che saltava da una parete all'altra. Miracolosamente Topi Topi era riuscito a raggiungere la porta ed era scappato non visto verso la soffitta.
Sam piangeva e sua madre urlava, minacciando di mettere il veleno se il bimbo non avesse smesso di dare da mangiare a quello schifoso topaccio. Il bimbo aveva promesso e la donna si era calmata. 
Da quel giorno i due amici non si erano più visti ma a Topi Topi era rimasto il ricordo di quelle splendide ore passate insieme e di tutte quelle avventure meravigliose lette con avidità. 
Aveva cercato di insegnare a leggere ai suoi fratellini ma nessuno era così interessato...preferivano andare in giro rosicchiando i fili, mordicchiando le gambe dei mobili e rubando il cibo in dispensa. Tutte cose che Topi Topi trovava deplorevoli e pericolose, perché senz'altro, prima o poi, qualcuno si sarebbe arrabbiato e allora per la loro famiglia sarebbero cominciati i guai. 
Il Natale si avvicinava e nella casa c'era grande trambusto...Topi Topi annusava l'aria, sentiva buoni profumi di pino, di legna che bruciava, di cose buone da mangiare e sopratutto riconosceva l'odore di Sam, il suo amico umano, che poteva ormai solo immaginare.
Si domandava se ancora si ricordasse di lui o se invece l'avesse dimenticato completamente. Alle volte si rattristava pensando a questa seconda possibilità ma non poteva farci nulla...
Una notte che tutti i topolini dormivano mentre Topi Topi leggeva, si sentì un rumore al di là della porta della soffitta! Qualcuno stava salendo lentamente le scale. Topi Topi si sollevò sulle zampette e cominciò a muovere il nasino cercando indizi...le orecchie dritte seguivano la direzione dei rumori. 
Poi annusò un odore familiare e sentì una voce conosciuta che sussurrava il suo nome. La porta si aprì di poco e una manina carnosa infilò un piccolo pacco dentro la stanza. Poi l'uscio si richiuse ed il suono dei passi per le scale si allontanò piano piano fino a sparire. 
Topi Topi curioso si precipitò giù dalla sua postazione, si avvicinò al pacchetto e lesse nel biglietto che vi stava sopra:
Buon Natale topolino, questo è il racconto più bello che abbia letto da quando non ci vediamo più. Non potevo non condividerlo con il mio migliore amico.
Con affetto, 
Sam
Il topolino si commosse e felice fece qualche giro su se stesso! Il suo cuore era colmo d'amore e gratitudine. 
Poi trascinò il pacco fin sopra la libreria e alla luce della luna, pieno di entusiasmo cominciò a leggere...

La stanza incantata



La fiaba del giorno


La stanza incantata

Marilù era davvero, davvero stanca di stare ferma a letto.
La malattia era più lunga e noiosa del previsto e ormai le sembrava che il tempo si fosse fermato. Per fortuna, le avevano portato tanti libri pieni di belle storie e illustrazioni meravigliose. Quando era troppo stanca per leggere, Marilù osservava incantata le figure piene di particolari, accarezzava piano col ditino i contorni delle ali di una fata mormorando “come sei bella…” oppure fingeva di accarezzare la pelliccia setosa di un cerbiatto o quella folta di un lupo.
Senza nemmeno accorgersene, lasciava che la fantasia la portasse lontano, dove erano ambientate quelle storie, in folte foreste e in regni incantati, nelle tane dei conigli, sulle nuvole o su altri pianeti.
Erano tante avventure diverse, tante vite possibili che le servivano per consolarsi della sua, che al momento era tutta racchiusa in quella stanza dalle pareti noiose e dal soffitto bianco.
Quello che non sapeva, era che le creature magiche avvertono una specie di richiamo, quando un bambino pensa tanto a loro.
Marilù non poteva vederli, perché erano invisibili, ma in quel momento nella stanza con lei c’erano ben due gnomi, quattro elfi bambini, tre folletti e una fata. Più diversi animaletti fatati.
“Questa bambina ci vuole bene” stava mormorando commosso un elfo bambino, e poi rivolto alla fata: “Non possiamo aiutarla?”
La fata, a cui tremavano un po’ le ali come se le stessero facendo il solletico, scosse dolcemente la testa: “Non possiamo interferire, lo sapete bene. In qualche modo la stiamo già aiutando, perché le nostre storie le tengono compagnia. Credo che senta il tocco lieve delle nostre mani, quando le accarezziamo la fronte. Di più, non possiamo. Abbiamo il divieto assoluto di portarla fuori da questa stanza, se non con la fantasia.”
Un folletto rimase a capo chino per un momento e poi fu chiaro che aveva avuto un’idea, perché nel mondo magico si sa che i folletti hanno il cervello fino. “E se portassimo il mondo nella stanza?”
Tutti lo guardarono meravigliati. Nessuno ci aveva pensato.
Ma certo! Era così semplice.

Detto fatto, davanti agli occhi di Marilù il soffitto iniziò a colorarsi dell’azzurro del cielo. Si fece avanti uno gnomo dei boschi: “Vorrei iniziare io, se non vi dispiace.”
All’assenso degli altri, iniziò a far svanire le pareti, facendo apparire i contorni degli alberi del suo bosco, che conosceva così bene. Ben presto la stanza si riempì di profumo di resina e del canto degli uccellini. Marilù era incantata. Sospirava soddisfatta, crogiolandosi ai raggi del sole.
Quando toccò agli elfi, l’aria si fece frizzante e profumata, mentre dolci onde orlate di spuma si infrangevano dolcemente su bianche scogliere e spiagge rosate. Sul blu del mare navigavano soffici vele bianche, che sospingevano velieri d’argento.
I folletti portarono nella stanza le distese di fiori primaverili delle brughiere, i paesaggi dei regni di ghiaccio, le aspre cascate delle terre impervie.
La fata portò un incantevole giardino nella luce dorata del tramonto, pieno del profumo dei fiori e dei voli delle farfalle e poi delle lucciole.
Quando fu scesa la notte, furono gli animali e invitare in quella piccola stanza i cieli immensi trapunti di stelle, le cime degli alberi viste in volo, i laghi tranquilli in cui si specchiava la luna.
Infine il lupo evocò una splendida luna piena, per cui iniziò a cantare dall’alto di una rupe, sempre più dolcemente, fino a quando Marilù, felice come non era mai stata, si addormentò con un sorriso beato.

Anche le creature magiche riposarono, quella notte, di un sonno sereno.
E al mattino dopo, Marilù era guarita.
Quel bagno di felicità le aveva fatto così bene da far fuggire via la malattia.

Passarono molti anni, dopo di allora. Marilù diventò adulta e poi anziana. Ma fu sempre serena e felice, perché sapeva che, anche se invisibile, il mondo magico con le sue meraviglie era sempre accanto a lei. 

martedì 12 dicembre 2017



Questa deliziosa immagine ha ispirato la fiaba di oggi.


Gasp e i libri


Gasp era un topino vivace. Aveva quel buffo soprannome perché combinava spesso marachelle e, quando era colto sul fatto, emetteva quel versetto strano, un “gasp” soffocato, prima di darsela a gambe.
Gli piaceva rovistare in cucina e far sparire qualche biscotto o un po’ di marmellata. Gli piaceva andare di nascosto a curiosare nelle soffitte o a esplorare buche nel terreno e nei tronchi degli alberi. Gli piacevano le cose che piacciono ai topini, anche quando non dovrebbero farle, perché si tratta di azioni imprudenti o pericolose.
Tante volte se l’era cavata per un soffio, quando si era infilato nella tana di un gufo irritabile o in una casa abitata da un gatto. Ma gli era sempre andata bene, e questo lo aveva reso più spavaldo.
Quel giorno era attratto da un odore strano e rosicchiò rapidamente la boiserie che gli ostacolava la strada per raggiungere una stanza scura.
Le pareti erano ricoperte di scaffali, su cui riposavano file e file di strani oggetti rettangolari. A che cosa potevano mai servire? Era da loro che veniva quell’odore curioso. Un misto di carta, inchiostro e… ma sì: avventura.
Un rumore improvviso lo fece sobbalzare. “Gasp” fece il topino, prima di infilarsi nuovamente nel buco della boiserie e rimanere immobile.
Non si sentiva più niente.
Dopo un po’ infilò il musino nel buco e si azzardò a rientrare nella stanza.
“Aha! beccato!” disse una voce allegra.
Era di una topina davvero carina, che lo guardava sorridendo dall’alto di uno scaffale, dove sembrava intenta a rosicchiare uno di quegli strani oggetti.
“Che cosa sono quelli?” chiese Gasp.
“Si chiamano libri”
“E sono buoni?”
La topina si mise a ridere di gusto. “Buoni? Beh, dipende.”
“Ma scusa, non lo stavi mangiando?”
La topina continuava a ridere. Il guaio era che quando rideva diventava ancora più carina.
“Dai, vieni qui” lo invitò infine.
Gasp si arrampicò sullo scaffale e vide che sul libro aperto c’erano file di strani segni, neri come formichine.
“Che cosa sono quelli?” chiese sconcertato.
“Sono parole. I libri non si mangiano. Si leggono.”
Gasp assorbì quell’informazione, ma faticava a concentrarsi, anche perché la topina, da vicino, era ancora più graziosa. “Gasp” annaspò lui, cercando di darsi un contegno.
Le sue emozioni e la sua confusione dovevano essere evidenti sul suo musetto, perché la topina si addolcì. “Se vuoi ti insegno,” propose con gentilezza.
Gasp avrebbe voluto dire qualcosa, ma non riusciva a parlare. Aveva la gola secca.
La topina prese il suo silenzio per un sì, e si accomodò vicino a lui su una bella poltroncina.
Così Gasp ebbe la sua prima lezione di lettura, a cui ne seguirono molte altre.
Nella stanza dallo strano odore, il topino scopriva straordinarie avventure, storie di topini coraggiosi come lui, fiabe incantate. E la sua nuova amica lo faceva ridere e divertire, insegnandogli sempre cose nuove.
Ora Gasp non si metteva più tanto nei guai. Appena aveva tempo, approfittava di ogni luce per mettersi comodo con un buon libro, a leggere.
Aveva scoperto un modo meno pericoloso per soddisfare la sua curiosità e un mondo che non aveva mai nemmeno immaginato.

Passarono molti pomeriggi felici, Gasp e la topina, immersi nelle letture. E quando diventarono abbastanza grandi si sposarono e si trasferirono in un posto che aveva ancora più scaffali pieni di libri, dove vissero felici e contenti, circondati da nidiate di topini curiosi. 

domenica 10 dicembre 2017

Corvina



Fiaba di Federica Rossi di Inchiostro Rosa



Corvina

Aveva bellissimi occhi neri come la pece e i capelli, neri anch'essi, erano lucidi e raccolti in una lunga treccia. Il suo nome era Corvina ed era figlia della dama di compagnia della regina Elena. Sua madre apparteneva ad una antica famiglia di nobili decaduti ed in gioventù era stata grande amica della principessa Elena. Quando Elena era stata scelta in moglie da Re Augusto, aveva portato con sé Bianca e la piccola Corvina.
Elena stessa aveva avuto una figlia...bionda e delicata come un pulcino, cresciuta in bellezza, bontà e grazia, ma così delicata e sensibile da far pensare che mai avrebbe potuto affrontare tutte le responsabilità di una futura regina.
Corvina e Floriana, così si chiamava la principessa, erano molto legate, avevano giocato insieme per tanti anni e condiviso i precettori reali, entrambe avevano ricevuto un'ottima istruzione, in più Corvina eccelleva nell'arco e nel maneggiare la spada. A vederla duellare, non avresti saputo dire fosse uomo o donna.
Ora che non erano più bambine sognavano il loro futuro...
Floriana si vedeva accanto ad un saggio e premuroso principe reggente. Corvina non era sicura di volersi sposare ma era certa che avrebbe avuto una vita piena di avventure ed esperienze eccitanti.
Entrambi i sogni, però, furono infranti, allorché una grande guerra vide coinvolto Re Augusto ed i suoi alleati. Il perfido Re Marco, che da tempo minacciava i confini del regno di Augusto, decise di invaderlo con il suo forte esercito portando morte e distruzione, dapprima nelle periferie e poi sempre più vicino al castello, che in breve venne assediato.
Il Re Augusto, d'accordo con la regina e la sua dama, decise di allontanare le due giovani che vennero affidate al capitano della guardia reale, perché le portasse in salvo presso qualche regno amico. Consegnarono alla principessa l'anello con il sigillo, perché potesse farsi riconoscere, una lettera e dei denari che garantissero un viaggio tranquillo. Le fanciulle abbracciarono i genitori e non senza riluttanza lasciarono la loro amata casa travestite da contadine. Si muovevano per vie secondarie, senza parlare con nessuno, fermandosi solo in locande fuori mano. Floriana tremante si stringeva a Corvina che con aria sicura si muoveva nel buio e tra la gente. Il capitano però cominciava a dare segni di impazienza e cominciava a mancare di rispetto alle giovani, finché una notte Corvina, che non riusciva a prendere sonno, ascoltò per caso una conversazione fra alcuni balordi e colui che avrebbe dovuto scortarle.
Le intenzioni del capitano erano chiare, le avrebbe vendute per pochi denari, derubandole della lettera e dell'anello. Corvina che era assai coraggiosa balzo fuori all'improvviso e con scatto felino rubò la spada al capitano, trafiggendolo a morte. Poi affrontò i due omacci che, impreparati ad una simile avversaria, caddero sotto i suoi colpi. Poi veloce tornò in camera. Andò allo specchio e si tagliò la lunga treccia nera, smise gli abiti da donna, prendendo in prestito alcuni vecchi indumenti da uomo, appartenuti al figlio della locandiera ed insieme alla sgomenta Floriana, che ancora non aveva compreso l'accaduto, lasciò il posto alle prime luci dell'alba.
Da quel momento Corvina nascose le sue vere sembianze sotto abiti maschili, per meglio difendere se stessa e la principessa.
Le due donne non parlavano mai con nessuno, quando necessitavano di cibo e alloggio Corvina abbassava il tono della voce e nessuno sospettava mai nulla.
Attraversarono molti paesi devastati dalla guerra, condivisero la fame e il freddo con la gente che aveva perso tutto durante i crudeli attacchi dell'esercito di Re Marco.
Giunte quasi al confine, le due donne si imbatterono in un piccolo gruppo di soldati capeggiati da un giovane condottiero. Il capitano, dalla figura forte e sicura, portava una bella barba bruna e aveva occhi intensi e dolci. Corvina sentì le sue guance arrossire allorché quegli occhi si posarono su di lei. Il giovane si offerse di scortare la bionda fanciulla ed il suo accompagnatore fino ad un luogo sicuro ma, proprio in quel momento, vennero accerchiati da una marmaglia di ladroni in cerca d'oro e di armi. Immediatamente cominciò la battaglia e Corvina, mettendo in salvo l'amica, si battè con audacia a fianco del giovane, al quale infine salvò la vita. I pochi ladroni rimasti si diedero alla fuga.
Il giovane condottiero ringraziò calorosamente lo sconosciuto e, presentandosi come il principe Ruggero di Terrabruciata, lo invitò, insieme alla donna che proteggeva, presso il suo castello.
Le due fanciulle conoscevano il regno di Terrabruciata e sapevano che il suo sovrano era un buon amico di Re Augusto. Quindi seguirono fiduciose il principe.
Arrivati a palazzo gli ospiti furono accompagnati in calde e accoglienti stanze.
Dopo molto tempo poterono ritemprarsi con un bel bagno e riposare in morbide lenzuola.
Furono dati abiti nuovi ad entrambe, una bella veste color del cielo a Floriana ed un completo di velluto blu al suo coraggioso accompagnatore. E così abbigliate le due fanciulle si presentarono ai sovrani. Tutta la corte rimase abbagliata dalla bellezza soave di Floriana e quando questa presentò la lettera del padre e mostrò l'anello col sigillo reale l'accoglienza fu ancora più calorosa. Ma la sorpresa maggiore fu il momento in cui Floriana rivelò a tutti l'identità della sua scorta, che sfilandosi il copricapo lasciò cadere sulle spalle gli splendidi capelli neri, che nel frattempo erano ricresciuti.
Il principe Ruggero rimase estremamente colpito dalla bellezza di Corvina e ricordando la sua maestria nella battaglia e il suo coraggio, se ne innamorò perdutamente.
D'altro canto l'avvenenza e la dolcezza di Floriana avevano fatto breccia nel cuore di Renato, il fratello minore di Ruggero.
Il re e la regina non poterono che approvare queste felici unioni.
Ben presto la guerra finì e il prepotente Re Marco fu sconfitto ed ucciso in battaglia. Floriana poté riabbracciare i suoi genitori e Corvina la sua amata mamma.

Poi entrambe convolarono a nozze e vissero felici per lungo tempo accanto ai loro sposi, condividendo oneri e onori, dimostrandosi entrambe regine sagge e virtuose.

La dama guerriera



In ritardissimo, ma ecco la fiaba su questa immagine.

La dama guerriera


- Guerra, guerra, GUERRA! Non ne posso più! E quando non è la guerra, sono risse e litigi!
I contadini tornati dai campi con le vanghe in spalla tacevano, intimiditi. Quando Lady Cillian era di cattivo umore, era meglio stare zitti.
Unica femmina tra sette fratelli turbolenti, Cillian aveva dovuto imparare in fretta a difendersi e a farsi rispettare. La loro famiglia era capoclan, e dalla morte dei genitori era lei a occuparsi di programmare le coltivazioni, di badare che ogni famiglia avesse provviste sufficienti per l’inverno e che tutti fossero difesi. Era così abile che, secondo le voci, era protetta direttamente dagli spiriti della natura.
Ma fare rigare dritti quegli scavezzacollo dei suoi fratelli, era un’altra faccenda.
Adesso quei disgraziati impedivano il raccolto delle patate, essenziali per le provviste invernali, solo per una scaramuccia sui confini delle terre con un clan vicino. E a quanto le dicevano i contadini stavano combattendo proprio sui campi di patate.
Cillian scomparve dentro casa, per comparire dopo pochi istanti armata di scudo e di una lunga spada.
- Avanti! – disse ai contadini – Mostratemi dove sono. E portante le vanghe.
Sul campo c’erano in tutto una ventina di persone sporche di fango e intente a darsele di santa ragione.
Ma i fratelli di Cillian, vedendola comparire con gli occhi fiammeggianti e armata, si fermarono all’istante, imitati ben presto dagli avversari. Dopo un breve silenzio, il clan rivale non si lasciò sfuggire l’occasione per iniziare a prenderli in giro. – Uh, poverini, si devono far aiutare da una femmina!
- Silenzio!- intimò Cillian facendosi avanti. – Chi ha da ridire può provare a battermi. Ma se vinco, si farà come dico io.
Braden, il più grosso del clan rivale, si fece avanti sghignazzando, ritrovandosi un istante dopo  con la faccia nel fango a diversi metri di distanza.
Nessuno sa se quel giorno Cillian fu davvero aiutata dagli spiriti della natura, ma sembrava una furia e pochi minuti dopo tutti gli avversari erano ammucchiati per terra e doloranti. Nessuno era ferito, però.
- Brava sorellina! – esultò Aidan, il più giovane dei fratelli di Cillian.
- Poche chiacchiere e alle vanghe – ribatté lei senza scomporsi.
- Ho vinto, e quindi si fa come dico io. E io dico che farete meglio a scaricare le vostre energie in eccesso sulle vanghe e iniziare a raccogliere le patate, tutti quanti!
Il raccolto fu così abbondante che Cillian ne cedette una parte anche al clan rivale, sapendo che non era conveniente ridurli alla fame.
Al ritorno, sistemate le provviste, Cillian si dedicò volentieri ai preparativi per la festa del raccolto, che quell’anno fu indimenticabile.
Gli anziani giurano che, da quel giorno, anche i fratelli di Cillian diventarono più assennati, garantendo al clan un lungo periodo di prosperità e di pace.

Ma chissà, forse sono solo leggende.

venerdì 8 dicembre 2017

La fata di neve


... e pian piano le pagine si riempiono di nuove fiabe. 



La fata di neve

Ivan l’aveva vista, una fata di neve, quando era bambino e viveva sulle montagne.
Allora, gli sembrava normale conversare con il gatto di casa e con tutte le creature dei boschi, aiutandole quando poteva.
La fata di neve l’aveva vista danzare tra i fiocchi di un’abbondante nevicata, dalla finestra della sua cameretta. L’aveva osservata a lungo incantato, mentre la sua figura leggera e quasi trasparente si muoveva danzante e rendeva ogni fiocco di neve luccicante come un gioiello.
Chiamato a fare merenda dalla mamma, si era voltato a rispondere e poi non l’aveva più trovata, ma a lungo l’aveva cercata invano in ogni nevicata.
Poi, come accade per tutti, era cresciuto e alla fata di neve non aveva pensato più. Era partito per studiare in una grande città e poi aveva iniziato a lavorare. Era sempre così serio e concentrato, che a malapena si accorgeva se pioveva o c’era il sole e solo a tratti si accorgeva stupito del passare delle stagioni.
Ma quella sera, mentre andava a trovare i suoi genitori sulle montagne, per qualche motivo la fata di neve gli era tornata in mente. Forse perché nevicava tanto e i fiocchi di neve che si posavano sul parabrezza erano così luccicanti…
A un tratto udì un tonfo soffocato contro il cofano e un’imprecazione. Fermò immediatamente l’auto e scese stupito a vedere che cosa fosse successo. Non c’era nessuno in giro e quella strada che si copriva rapidamente di neve per fortuna lo aveva costretto a un’andatura davvero moderata.
Stessa sulla neve, davanti alle sue ruote c’era una ragazza dai capelli azzurri, imbacuccata in vari strati di abiti variopinti che sembravano messi insieme alla rifusa.
“Razza di somaro!” gli urlò appena lo vide scendere dalla macchina “perché non guardi dove vai?”
“Ma io…” iniziò a giustificarsi Ivan, ma la ragazza lo interruppe con un fiume di parole mentre lui l’aiutava a rialzarsi e la faceva sedere con cautela sul sedile del passeggero. Aveva intenzione di accompagnarla all’ospedale, ma lei rifiutò dicendo di sentirsi bene e invece gli chiese – abbastanza imperiosamente a dire il vero – di condurla piuttosto fino a un certo indirizzo.
Tutto mortificato, Ivan accettò di accompagnarla, tanto più che il luogo in cui lei voleva andare era molto vicino alla casa dei suoi genitori.  Prima di riavviare l’auto, non poté comunque fare a meno di notare di sfuggita che sulla strada e sulla neve intorno non c’erano impronte.
Da dove era sbucata quella strana ragazza?
Avrebbe voluto chiederlo a lei, ma fu sommerso da un fiume di parole ininterrotte e ingarbugliate che lo mettevano al corrente di tutto quello che stava succedendo in quella zona. L’inverno era particolarmente freddo, nevicava sempre, una slavina aveva lasciato isolata per tre giorni la piccola frazione fuori dal paese, gli animali del bosco erano in difficoltà e poi arrivavano anche certi turisti di città che non sapevano nemmeno guidare.
“Ma io sono di queste parti,” mormorò Ivan lanciando un’occhiata alla sua passeggera, che continuò a parlare come se niente fosse. Aveva bei lineamenti delicati, ma i capelli azzurri tutti spettinati che sbucavano dal cappello fatto a maglia e gli strani indumenti che indossava la facevano assomigliare a un fagotto stropicciato. Parlava rapidamente e senza interruzioni, come se avesse paura di lasciare spazi di silenzio.
Quando arrivarono a destinazione, Ivan si accorse che erano davanti allo studio di un veterinario. La ragazza scese rapidamente dall’auto e improvvisamente tacque, prima di affacciarsi dalla portiera ancora aperta e dirgli in tono infinitamente gentile: “Grazie per il passaggio, Ivan.”
Poi, in rapidissima successione, si materializzò davanti ai fari dell’auto un cerbiatto ferito, mentre la ragazza suonava imperiosamente diverse volte il campanello prima di dissolversi tra i fiocchi di neve.
Ma certo! Adesso Ivan ricordava. Era la fata di neve!
Lei gli fece un breve cenno di saluto, prima di svanire definitivamente. Lasciando solo un vortice di fiocchi di neve assolutamente brillanti.
Ivan scese dall’auto, mentre il veterinario un po’ seccato apriva finalmente la porta.
Naturalmente Ivan si offrì di pagare le spese per curare il cerbiatto, ma il veterinario lo guardò bene in viso e poi rifiutò il suo denaro.

Dall’espressione confusa e felice di Ivan, aveva capito che forse avevano un’amica in comune. Un’amica di neve. 

giovedì 7 dicembre 2017

Un mondo in una tazza



La fiaba del giorno...




Un mondo in una tazza

A Terry piacevano le tazze. Le trovava confortanti, insieme alle cose buone che contenevano. Amava il tè, la cioccolata, il caffè, il latte, ma soprattutto era il fatto di tenere in mano una tazza calda, che le dava conforto.
Aveva tazze di tutti i tipi, di finissima porcellana e adatte al tè del pomeriggio, più grandi, più piccole, ornate da disegni e scritte diverse.
Poi naturalmente c’era “la” tazza: l’unica sopravvissuta di un servizio appartenuto a sua nonna, che non usava mai per paura di romperla. Una tazza forse comune, ma che per Terry era legata a bellissimi ricordi.
Proprio quel pomeriggio, la stava osservando mentre, per consolarsi di una giornata piena di seccature, beveva una tazza di tè accanto al fuoco del camino.
Aveva un’impressione strana, come se le cose che la circondavano fossero più nitide, più grandi.
Si accorse che qualcosa non andava quando dovette addirittura alzarsi dalla poltrona per posare la tazza vuota sul tavolino posto lì accanto. Che cosa stava succedendo?
Tutto fu molto rapido, da quel momento, e di punto in bianco si ritrovò a fissare la parte inferiore del tavolino dal disotto!
Si guardò intorno spaesata. Era diventata piccolissima. La sua altezza si doveva aggirare appena sui cinque centimetri. Il pavimento della sua casa sembrava un’immensa terra desolata e tutte le cose che era abituata ad avere a portata di mano erano irraggiungibili. Non poteva arrivare alle maniglie delle porte, né al telefono; non poteva sedersi in poltrona o salire sul letto.
Tutto era grande, immenso. Terry aveva l’occasione di osservare la sua casa da una prospettiva sconosciuta.
Per un po’ si aggirò per le stanze spaesata, ma ben presto si ritrovò esausta. Il fuoco del camino ormai languiva, e iniziava a sentire freddo. Anche perché uno spiffero d’aria gelida di cui non si era mai accorta si insinuava in casa da sotto la porta.  La luce era calata rapidamente e ormai era buio, ma raggiungere gli interruttori della luce era impossibile. Ora si pentiva di aver voluto una casa moderna e essenziale, senza nemmeno un tappeto a interrompere le superfici dei pavimenti.
Sconfortata, stava per mettersi a piangere quando vide da lontano una luce calda. Si avviò per raggiungerla e proprio non riusciva a credere ai suoi occhi: era la tazza della nonna, ma era diventata una casetta con tanto di porta e finestre.
Dall’interno illuminato proveniva un profumino così invitante!
Terry avanzò e si ritrovò in una stanza fatta proprio a sua misura. C’era un camino con il fuoco acceso, un tavolo con due seggioline, un bel lettino e una cucina con una zuppiera fumante piena di pasta al pesto, la sua preferita. Lì accanto c’era una torta di mele appena sfornata. Proprio uguale e quelle che le cucinava sempre la nonna. C’erano persino diversi libri, posati in bell’ordine su uno scaffale.
Non si vedeva nessuno, ma Terry sentiva in quella casetta la presenza della nonna, come se fosse lì con lei. Mormorò un “grazie” e si servì di pasta e di torta. Poi si infilò nel lettuccio al caldo e prese a fogliare qualche libro. Ma le stava venendo sonno e stava per addormentarsi quando il rumore di una tazza che andava in frantumi la svegliò di colpo.
Si ritrovò sulla sua poltrona, con la tazza del tè orami rotta sul pavimento. Doveva essersi addormentata. Ma che strano sogno aveva fatto!
Decise comunque che il giorno seguente avrebbe comprato almeno un bel tappeto morbido per la sua casa. Si avvicinò all’interruttore della luce e solo allora vide che la tazza della nonna emanava davvero una luce soffusa, come se fosse illuminata dall’interno da una candela.

“Grazie nonna” mormorò prima di accendere la luce. In qualche modo, la tazza della nonna aveva trovato il modo di consolarla.



Breve racconto di Natale



Questa è ancora una fiaba di Federica Rossi di Inchiostro Rosa. 

Breve racconto di Natale

Questa è la storia di un monello che cresciuto troppo in fretta, non credeva più a nulla, tanto meno alla magia del Natale.
Prendeva in giro i piccoli che aspettavano doni sotto l'albero e ridendo diceva loro:
- Ahahah...poveri creduloni! Non esiste Babbo Natale! -
E i bambini tornavano piangendo a casa e lui ne era contento.
Ma gli elfi del grande vecchio, che seguivano le azioni dei bambini, lo videro e lo udirono e inorriditi tornarono nel paese dei ghiacci e si presentarono a Babbo Natale:
- Eccellenza - così sono soliti chiamarlo - laggiù c'è un bimbo che sta distruggendo tutti i sogni del Natale. Insinua che tu non esista e fa piangere tanti piccoli innocenti! -
Babbo Natale si grattò la bianca barba e poi corrugando la fronte disse:
- Bisognerà che intervenga! - e in un momento fu giù!

Lasciò le sue renne nel giardino e si infilò nella stanza del bambino dispettoso.
Immaginate l'espressione del monello nel trovarsi davanti Babbo Natale in persona!
Quasi le gambe gli tremavano...
- Dunque sei tu, caro Francesco, che vai dicendo che io non esista.
Ebbene eccomi qui! Mi vedi? Senti il mio vocione? Che mi dici adesso???
Il bambino sentitosi punto sul vivo, ritrovò il suo coraggio...
- Si, ti vedo, ma chi mi dice che tu sia Babbo Natale? Potresti essere chiunque travestito...-
- Chiunque travestito? - bofonchiò il vecchio - tocca la mia barba...non è finta! Senti il tessuto dei miei abiti com'è soffice e caldo. Chi mai potrebbe trovare abiti simili qui da voi? E i miei stivali? Lucidi sempre nonostante le bufere che incontro attraversando i cieli...-
- Si, si, ma che farai mai di tanto speciale, in fondo si dice ti arrivino mille letterine con tanto di liste dei desideri...tutti siamo in grado di acquistare e distribuire regali... -
Babbo Natale cominciava ad innervosirsi...
- E pensi che tutti siano in grado di consegnarli personalmente, tutti quanti, a tutti i bambini del mondo, in una sola notte??? -
- Beh si, su questo punto potresti avere ragione...- fece Francesco con espressione perplessa.
- Ma il fatto che voli?? A chi la vuoi dare a bere? - rimbeccò il bambino.
- Affacciati, guarda le mie renne in giardino, sono loro che mi permettono di sfrecciare nella notte, sono veloci e instancabili e conoscono ormai tutte le case del mondo. -
- Ah si, le renne - disse annoiato Francesco.
- Ma insomma - sbottò Babbo Natale - come faccio a farti credere in me e alla mia magia???? -
Francesco ci penso su...poi gli occhi gli si illuminarono e rispose:
- Vedi, Babbo Natale, ti chiamerò così per non farti innervosire, a me piacciono tanto i draghi ma so benissimo che non esistono...se tu alla vigilia portassi i regali portato da un drago, beh...quello potrebbe farmi cambiare idea! -
- Un drago??? - fece Babbo Natale - Dovrei lasciare le mie amate renne per un drago? Così irrequieti e instabile in volo? Rischierei di perdere tutti i regali per via...-
Poi rassegnato si diresse verso la finestra e disse:
- Credo che dovrò accettare questa sconfitta, anche se mi dispiace che tu non creda in me. Buonanotte Francesco. -
E mentre lasciava la stanza sentì il bimbo dire con spavalderia:
- Sapevo di aver ragione! -
Gli occhi di Babbo Natale brillarono di una strana luce...

Nessuno sa se accadde veramente o se fu solo un miraggio condiviso...nessuno può raccontare di aver visto con chiarezza...però è certo che quell'anno, tutti ebbero la straordinaria impressione di vedere Babbo Natale in sella ad un grande drago rosso.
Ed è ancora più certo che da quel Natale nessuno più di Francesco fu fervido sostenitore della magia del Natale!


Le quattro penne dell'Aditya


La Disfida prosegue, anche se ci stiamo un po' ingarbugliando con le fiabe del giorno. Ricordate il video con il buffo pennuto sulla pagina FB? Questa è la fiaba che ha scritto su di lui Federica Rossi di Inchiostro Rosa, valorosa partecipante alla disfida.



Le quattro penne dell'Aditya



Fioccava in abbondanza quella sera, la città era immersa in un nebbioso e soffice silenzio e la luce dei lampioni a malapena riusciva a penetrare l'aria umida. Però sulle case si intravvedevano luci colorate e i giardini erano festosamente addobbati. Mancava poco alla vigilia di Natale ed in casa di Lorenzo, quella sera, era atteso un ospite molto speciale. Il bimbo, assieme alla sorellina ed ai cuginetti, non faceva altro che passare da una finestra all'altra, sbirciando nella nebbia! Ecco infine apparire una scura figura, dapprima un piccolo punto poi sempre più grande ed infine i bimbi eccitati urlarono in coro: - Mamma, mamma, è arrivato lo zio Goffredo! - Tutti si precipitarono alla porta che la mamma, felice, era andata ad aprire e nell'ingresso apparve un grande omone, coperto di un cappotto lungo e scuro ed un cappello a falda larga impermeabile. La sciarpa colorata gli nascondeva il resto del volto ed ai piedi portava due scarponi pieni di neve che lentamente si scioglieva in una piccola pozza d'acqua! Con un gesto plateale lo zio si tolse il cappello e salutò i presenti con un gran vocione: - Buon Natale famiglia! - I bimbi risero... - Ma zio, non è ancora Natale! - disse Lorenzo guardandolo con espressione divertita. - Per me è sempre Natale quando posso stare con voi! - rispose affettuoso lo zio. - Zio, zio! Cosa ci hai portato di bello? Cosa ci racconterai di nuovo stasera? Quanto rimarrai con noi? - lo incalzava la piccola Matilda tirandogli l'orlo del cappotto. - Bambini, insomma! - intervenne mamma - lasciamo che lo zio si tolga questi abiti bagnati e mettiamoci a tavola - poi rivolgendosi a Goffredo - Siamo tutti pronti, aspettavamo solo te! Fratello e sorella si abbracciarono ed insieme varcarono la soglia della sala da pranzo: nel caminetto la legna ardeva vivacemente, la tavola era apparecchiata e piena di delizie e tutti gli amici ed i parenti lo accolsero festosi. La cena fu piuttosto lunga, molte le pietanze e tante le chiacchiere ed i bimbi, sempre più insistentemente, lanciavano supplichevoli occhiate allo zio per sollecitarlo ad iniziare i suoi racconti. Lui con dolcezza sorrideva e faceva un gesto con la mano facendo intendere che bisognava attendere ancora un poco. Finirono anche il dolce ed allora lo zio si alzò e chiamò i nipotini: - Venite bambini, spostiamo davanti al fuoco, ho da mostrarvi una cosa meravigliosa... - Si sedette sulla comoda poltrona e i bimbi per terra, intorno a lui, tranne Matilda, che essendo la più piccola, si accomodò sulle sue ginocchia. - Lorenzo, per favore, guarda dentro la tasca interna del mio cappotto e portami l'astuccio in cuoio che vi trovi. - Quando lo zio aprì l'astuccio i bimbi mandarono un grido di sorpresa perché dentro erano conservate quattro piume d'uccello di uno splendido blu cangiante e spruzzate d'oro zecchino... - Ma zio, non esiste un uccello così...- disse Lorenzo, che era il più scettico - io non l'ho mai visto! - - Lorenzo...con tutto quello che ti ho raccontato nel tempo ancora hai di questi dubbi? Non ti ho detto tante volte che esistono molte più cose, fenomeni, creature, uomini, di quanti ne possiamo anche solo immaginare? Lo zio non era vecchio, ma aveva viaggiato molto, i suoi biondi capelli erano meno lucenti di una volta, il viso abbronzato segnato da qualche ruga ma i suoi occhi brillavano d'intelligenza e curiosità e l'espressione matura mostrava la sua grande conoscenza del mondo. I bimbi pendevano dalle sue labbra quando narrava le sue avventure, come accadeva ogni volta che tornava da uno dei suoi lunghi viaggi. - Queste piume appartengono ad un uccello molto raro - cominciò lo zio - Il suo nome è Aditya e l'ultimo esemplare vive in un santuario nella lontana India del nord. Proprio in questo paese gli uomini hanno dato loro la caccia per lungo tempo, facendoli morire di stenti e maltrattamenti, ingordi del grande tesoro che tali creature potevano offrire. - Tesoro? - chiesero in coro i nipoti - raccontaci zio dello sfortunato Aditya! E lo zio cominciò: - Durante il mio ultimo viaggio, ho visitato una vasta regione dell'India e ho visto cose straordinarie...uomini che vivevano da più di cento cinquanta anni meditando solitari senza mangiare nulla...templi dedicati ad animali sacri, come le scimmie o i topi... donne ricoperte di veli e amuleti d'oro. Tanta ricchezza e tanta povertà, tanto amore e altrettanta crudeltà. Ma l'essere più triste che abbia incontrato è stato l'Aditya. Questo uccello dalle lunghe zampe e dal piumaggio eccezionale veniva trascinato per via dal suo aguzzino. Le sue ali erano troppo corte per permettergli di volare, il capo era grande, gli occhi dolci, il becco giallo capiente. L'uomo che lo tirava portava abiti pregiati e la gente si accalcava intorno a lui. Sembrava che tutti avessero bisogno di qualcosa, lui interrogava il povero uccello e questo faceva un piccolo inchino o scuoteva le penne della coda. A seconda del comportamento dell'animale, la gente saltava di gioia o alzava gli occhi al cielo, sospirando infelice e il proprietario riscuoteva una lauta somma di denaro. Incuriosito da tale scena mi avvicinai ad un mercante di seta e gli domandai spiegazioni. Il tipo, scuro di pelle e sdentato, parlava male, ma ugualmente fui in grado di capire ogni cosa. L'uccello si chiamava appunto Aditya, non ne esistevano più al mondo e l'uomo dai vestiti sontuosi era molto fortunato a possedere l'ultimo esemplare. D'altra parte si raccontava che quest'ultimo fosse un cucciolo rubato ad alcuni monaci, da sempre dediti alla salvaguardia di ogni specie di animale. Incalzavo il mercante perché arrivasse al nocciolo del discorso ed infine la mia curiosità fu soddisfatta. L'Aditya poteva predire se una tale faccenda andasse a buon fine o meno...se faceva un inchino la risposta era positiva, se scuoteva le piume era invece negativa. Immaginate, bambini, cosa significava possedere un tale animale, in un mondo fatto di speranze, aspettative, vanità. Questo povero uccello, nonostante significasse la ricchezza per il proprietario, era assai maltenuto, le zampe sembravano reggerlo a stento e dove il collare stringeva il lungo collo era spiumato ed arrossato. Strattonandolo, l'omaccio si allontanò ma feci appena in tempo a guardare l'Aditya negli occhi, così rassegnati e languidi. Decisi che lo avrei liberato e riportato ai monaci! - I bambini seguivano la narrazione con occhi sbarrati e bocche spalancate ed anche gli adulti avevano cominciato a prestare attenzione alle parole di Goffredo. Il racconto proseguiva: - Ma cosa potevo inventarmi per salvare l'animale? Dovevo avere un piano e ben congegnato! Quella notte girai a lungo, cercando informazioni. Il giorno dopo visitai le biblioteche della città e finalmente trovai un libro che mi diede ottimi spunti. Vi lessi che l'Aditya, chiamato anche Sibilla pennuta, per le sue doti divinatorie, aveva però un punto debole. Alla perdita di una delle sue penne, anche le sue capacità venivano momentaneamente meno. Questo poteva essermi davvero utile e felice tornai al mio albergo. Il giorno seguente cercai l'Aditya che trovai nella piazza del mercato, circondato di folla. Mi feci largo e con fare spavaldo urlai che l'uccello aveva perso il suo potere e che l'uomo che se lo portava dietro non era altro che un truffatore! Le mie parole crearono grande confusione e l'indiano dagli abiti lussuosi mi si avvicinò aggressivo e comincio a spintonarmi, urlandomi in faccia. Io senza indietreggiare urlai che potevo provarlo e domandai ai presenti di fare le loro domande. Si presentò il primo...un giovanotto che stava per diventare padre. Chiese all'Aditya se avrebbe avuto un maschio. Senza che nessuno se ne accorgesse staccai una delle penne dalla coda dell'uccello. L'Aditya spalancò gli occhi e si irrigidì...non si inchinò né scosse le penne. Restò immobile! La folla mormorava impaziente. Quando mi accorsi che l'animale stava riprendendo il controllo, invitai un'altra persona a porre la domanda e come prima strappai una penna. L'animale alla richiesta si immobilizzò di nuovo e non diede alcuna risposta. Così feci per altre due volte finché la folla rabbiosa non cominciò ad insultare l'uomo che per paura di un'aggressione si diede alla fuga. Nessuno fece caso a me o all'Aditya e in un attimo entrambi sparimmo... Queste quattro penne sottratte all'animale mi hanno permesso di salvargli la vita e riportarlo al santuario, dove ora si sta riprendendo di tutte le sofferenze patite. Certo mai avrei pensato che durante il viaggio quattro balordi mi assalissero per derubarmi e fu allora che scopersi che il pennuto era anche in grado di... Una mano si posò sulla spalla di Goffredo, destandolo dai suoi avventurosi ricordi. I bimbi si erano tutti addormentati, l'ora era tarda e il caminetto stava spegnendosi. Lo zio sorrise e chiese: - Fino a che punto mi hanno seguito? - - Quasi fino alla fine - gli strizzò l'occhio la sorella. Con attenzione lo zio si alzò con la piccola Matilda in braccio e si incamminò verso le camere da letto... Adesso la luna brillava in cielo e l'oro delle quattro penne luccicava sotto la sua luce, nella casa addormentata.

mercoledì 6 dicembre 2017

Il mistero di Boscochiaro



Buonasera. La Disfida prosegue con la fiaba di oggi, Ispirata da questa immagine votata sulla pagina FB.


Il mistero di Boscochiaro

La principessa di Boscochiaro si chiamava… si chiamava…
A dire il vero nessuno lo sapeva, come si chiamava.
Era sicuramente una bambina bellissima, gentile e industriosa, ma suo padre, il re, si era rifiutato di rendere noto il suo nome. Quando era nata, l’aveva trovata così bella, così preziosa, che senza pensarci troppo aveva deciso di rivelare il suo nome solo a colui che avesse saputo meritarselo, eguagliandola per virtù e bellezza.
Il poveretto non poteva immaginare che di lì a poco sia lui sia la regina sarebbero caduti gravemente ammalati, di una malattia che si portava via tutti i ricordi.
Così, anche se dopo lunghe cure si erano ripresi, nessuno dei due era stato in grado di ricordare il nome della figlia.
Passavano gli anni e la principessa senza nome cresceva.
I sovrani avevano tentato in tutti i modi di ricordare, e avevano anche pensato di scegliere un nuovo nome, ma qualcosa li frenava. E se avessero scelto un nome meno bello dell’originale? E se la principessa, ricevendo un nuovo nome, fosse in qualche modo cambiata diventando meno perfetta?
Invano avevano chiesto aiuto a tutti gli indovini e i maghi del regno. Nessuno sapeva come aiutarli.

In un bel giorno d’inverno la principessa si recò nel bosco insieme al suo fedele orsacchiotto - anche lui senza nome, tanto per parità. Aveva deciso di raccogliere alcuni rami di abete per farne delle ghirlande e ne aveva riempito un bel cestino quando, sulla via del ritorno e ormai al buio, scorse una strana luce e un povero pettirosso abbandonato sulla neve. Era molto malconcio, infreddolito e affamato. La principessa non ci pensò due volte. Lo raccolse delicatamente e lo pose nel cestino, facendogli un nido caldo con la sua sciarpa. La povera bestiola apriva il becco, come a voler emettere dei suoni, ma senza riuscirci. Una volta tornata al castello, la principessa si prese buona cura dell’uccellino, che ben presto riacquistò vivacità e vigore. Gli rimaneva, però, quella strana abitudine di aprire il becco come per cantare, senza però emettere alcun suono.
In breve anche la principessa perse completamente la voce, per essere rimasta al freddo senza la sciarpa, e in quel silenzio i due iniziarono a comunicare solo con gli sguardi e gli atteggiamenti. Osservando attentamente, la principessa iniziò a capire quando il pettirosso aveva fame, quando aveva freddo, quando voleva giocare o un po’ di coccole. Dal canto suo, il pettirosso imparò a leggere negli occhi della principessa le sue emozioni, Interpretando al volo quando era pensierosa, preoccupata, serena o impaurita.
E quando finalmente questa comunicazione fu perfetta, il pettirosso iniziò a parlare. Davanti allo stupore della principessa fece una breve risata. «Veramente, principessa, io ti ho parlato per tutto questo tempo. Eri tu che non riuscivi a sentirmi! C’è voluta un po’ di pazienza, ma adesso sono molto contento di poter parlare con te. Ti devo chiedere di lasciarmi andare, adesso, perché sto bene e il mio destino è tornare nel bosco. Noi due rimarremo sempre amici, però. Verrò a trovarti sul davanzale della finestra o quando sarai a passeggio nel bosco e adesso che la tua voce sta guarendo potremo parlare ogni volta che vorremo.»
Anche se un po’ triste, la principessa acconsentì ad aprire la finestra per liberare il pettirosso. Ma questo, appena prima di spiccare il volo, decise di farle un dono speciale per ripagarla delle sue cure amorevoli.

«A proposito, io ero sul davanzale della stanza, quando sei nata. Il tuo nome è Speranza!» e in un frullo d’ali svanì nel bosco.  




Buonanotte. Buone fiabe